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25 aprile, Cavallaro: per i Sindacati è tempo di autonomia

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E' possibile una nuova stagione per i diritti dei Lavoratori. Non si può celebrare degnamente l’anniversario della Liberazione nazionale senza ricordare che diverse disposizioni della Carta Costituzionale che ne fu l’esito, in particolare l’articolo 39, sono ancora in attesa di piena ed effettiva attuazione. Le disposizioni relative alla libertà di organizzazione sindacale, ribadita dagli articoli 12 e 28 della Carta di Lisbona sono tuttora in attesa di produrre tutti i loro effetti, almeno per quello che si riferisce al dispiegamento della forza dei sindacati autonomi, sia nella contrattazione collettiva che negli ambiti partecipativi che da questa scaturiscono. 

Grave omissione, perpetrata nonostante la Corte Costituzionale abbia da tempo ammonito almeno sul contenuto della norma fondativa nazionale che “non può essere circoscritto entro i termini angusti di una dichiarazione di libertà organizzativa, ma, nello spirito delle sue disposizioni e nel collegamento con l’articolo 40 della Costituzione si presenta come affermazione integrale della libertà di azione sindacale” (v. Corte. Cost.  n. 29 del 1960).

La difficoltà di dare piena attuazione a questo principio nasce però non solamente dalla volontà del Legislatore che considera la libertà organizzativa e quella associativa dei sindacati come diritti da porre sullo stesso piano, mentre non lo sono affatto, ma anche da successive pronunzie della stessa Corte che troppo spesso si è solo limitata a constatare come “le libertà di associazione di organizzazione sindacale, di cui agli articoli 18 e 39 Cost., rientrano indubbiamente tra i diritti inviolabili dell’uomo “, senza voler tenere conto che l’eccessivo valore dato alla “maggior rappresentatività” di un sindacato rispetto ad altri  - resi in tal modo “più uguali degli altri” - genera inevitabilmente una stasi nei passaggi degli iscritti dal primo ad uno dei secondi andando così a comporre un quadro non molto lontano da quello che, coattivamente, era stato realizzato dal fascismo attraverso la disciplina corporativa del lavoro.

Si realizza in questo modo una distinzione - se non addirittura un contrasto - fra Costituzione vigente Costituzione vivente che si ritrova in diverse disposizioni legislative, qua e là sparse nel mare magnum dell’ordinamento, in base alla quale la chiave della legittimazione sindacale è vista, puramente semplicemente, nella rappresentatività anziché nella rappresentanza: intendendosi la prima come situazione di diritto che sempre deve prevalere sulla seconda, degradata a mera situazione di fatto che può assumere rilievo nella contrattazione collettiva e nei suoi istituti solamente a condizione che non vada a contrastare con gli indicatori che lo stesso legislatore ha stabilito per individuare i maggiori livelli di rappresentatività di un’associazione sindacale rispetto ad un’altra,  per poi  anche conferirle funzioni pubbliche (certificazioni, assistenza previdenziale e fiscale ecc.) dal cui esercizio altre associazioni dello stesso tipo  possono essere - in tutto o in parte -  escluse.

Questo sistema però mostra tutti i suoi limiti quando si passa ad applicarlo dallo Stato agli ordinamenti superstatali, i quali mal tollerano questa distinzione che inevitabilmente viene ad incidere sulla libertà di circolazione dei lavoratori, soprattutto per quel che riguarda la loro capacità di attestare il bagaglio previdenziale del quale ciascuno di loro è in possesso: una capacità non tutelata a sufficienza né dalle disposizioni della carta di Lisbona in materia di associazione sindacale (art.12), né da quelle afferenti la contrattazione collettiva (art.28): entrambe o elusive o troppo generiche per nascondere la timidezza delle autorità europee ad attrarre nella loro competenza quote di sovranità in materie come il diritto di sciopero, quello alla retribuzione, la libertà di costruire liberamente organismi di attestazione in materia previdenziale e via dicendo.

Non si vuol negare che un tratto di strada sia stato già fatto in nome del pluralismo, ma è un tratto ancora insufficiente e le celebrazioni del 25 aprile, assieme a quelle del 1 maggio, possono aiutare tutti noi ad aprire una riflessione sul grado di effettività dei diritti fondamentali in materia di lavoro che la guerra di liberazione ci ha regalato.


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