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Pensioni, i vizi capitali: calcolo contributivo, speranza di vita e bilancio Inps

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“Le profonde contraddizioni interne ed esterne del nostro sistema pensionistico sono alla base dell’iniquità del trattamento previdenziale tracciato dal Governo e oggi al vaglio della Commissione Bilancio del Senato e rendono mero esercizio di stile ogni proposta che, muovendo dagli stessi incondivisibili presupposti, si propone di rimediare almeno parzialmente all’errore.

Tre sono i vulnus che viziano alla radice il percorso seguito finora per la determinazione delle pensioni degli italiani. Da una parte, le logiche a fondamento del calcolo contributivo e della speranza di vita, dall’altra l’erronea valutazione del bilancio dell’Inps, che dimostrerebbe invece a una lettura corretta la piena sostenibilità in Italia del sistema delle pensioni previdenziali, separate dai trattamenti assistenziali, gestite dall’Inps”. E’ la posizione espressa da Francesco Cavallaro, Segretario Generale della CISAL, in merito alla discussione sulle norme in materia previdenziale contenute nell’emendamento alla legge di bilancio 2018, ed evidenziata dagli studi del Consigliere CISAL Lucio Casalino, ex dirigente Inps e professore a contratto di Previdenza Sociale presso l’Università “Federico II” Napoli. “Il principio cardine su cui poggia il sistema del calcolo contributivo, conferma il Prof. Casalino, in analogia a quello delle assicurazioni private, è quello per cui statisticamente più a lungo si vive, meno si percepisce mensilmente a titolo previdenziale, mentre meno si vive, più elevato è l’ammontare della pensione.  Ebbene, in conformità con tale regola, il calcolo contributivo applicato alle pensioni è sbagliato e ingiusto perché si basa sulla media della speranza di vita valida per tutti e non su quella effettiva, che è diversificata, in ragione delle diverse condizioni dei lavoratori, per categorie sociali e professionali, per genere, per titoli di studio e per ubicazione territoriale (Nord/Sud). I coefficienti che convertono il montante in pensione, da aggiornare per un periodo più ampio di tempo (ogni 10 anni) affinché le dinamiche di vita/morte abbiano una incidenza statisticamente significativa, calcolati dall’Istat secondo la formula della media statistica, sono in netto contrastocon il cardine del sistema per cui più si vive meno si guadagna, meno si vive più si guadagna. Questi comportano infatti per il lavoratore con un’aspettativa di vita minore alla suddetta media, una pensione inferiore rispetto al dovuto, anziché superiore; diversamente dal lavoratore che, avendo una vita attesa maggiore, avrebbe diritto, invece, a una pensione più bassa”. “Sintesi magistrale di tale paradosso, continua il Prof. Casalino, è la poesia della “statistica del pollo” attribuita a Trilussa, per cui se qualcuno mangia due polli e qualcun altro nessun pollo, risulta che in media tutti hanno mangiato un pollo a testa. Ciò, a significare che la suddetta media può essere un dato poco significativo, impreciso, fuorviante e, nella peggiore delle ipotesi, usato in modo strumentale per dare una falsa rappresentazione della realtà”. “Il calcolo contributivo non garantisce, inoltre, aggiunge il Prof. Casalino, parità di trattamento a parità di condizioni. In base al costante aumento della speranza di vita le pensioni, nel tempo, diminuiscono nell’importo e aumentano nei requisiti, per cui saranno diverse secondo l’anno di pensionamento e sempre più povere e lontane.Dal 2009 le pensioni sono diminuite più del 13% e dal 2013 i requisiti aumentati di 7 mesi (dal 2019 di altri 5 mesi e penalizzate di un ulteriore 3%)”.

 

“Il buco del bilancio delle pensioni Inps, ad esempio dell’anno 2015, come per gli altri anni, incalza il Prof. Casalino, è poi una vera e propria fake news. Sul piano delle uscite, se si escludono le prestazioni di natura assistenziale e gli oneri sociali gestiti dall’Inps (Gestione Interventi Assistenziali, GIAS), ma a carico dello Stato, risulta che il saldo del bilancio Inps è in attivo per oltre 10 miliardi di euro. Su 100 prestazioni erogate dall’INPS, il 51% sono di assistenza/sostegno del reddito e il 49% di pensioni (8,3 milioni di trattamenti su un totale di 16 milioni). Il vero buco, conclude il Consigliere CISAL, è costituito dalla spesa sociale – percentualmente la più cara d’Europa - che è costata alla fiscalità generale, nel 2015, circa €. 235.1 mld, 14,3% Pil, Nemmeno l’intero gettito tributario (€.225 mld.) delle imposte dirette (Irpef, Ires, Isos, Irap) riesce a finanziarla del tutto, al netto delle addizionali territoriali (€.15,7mld.) trasferite agli enti locali.  All’Italia restano, pertanto, solo le imposte indirette, oltre a dover fare debiti per finanziare il funzionamento del Paese! Per un modello sociale che non dia margine a equivoci tra assistenza e previdenza, sarebbe opportuno costruire due bilanci separati, gestiti da due enti distinti per competenza funzionale (pensioni/prestazioni assistenziali) e di finanziamento (contributi sociali/fisco)”.


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