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Salari minimi, falso problema. I rischi per i lavoratori sono sul fronte previdenziale

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La CISAL ha recentemente affermato, in occasione di un’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, di non essere pregiudizialmente contraria all’istituzione di una retribuzione minima garantita per i lavoratori non tutelati dai contratti collettivi. Il Segretario Generale CISAL, Francesco Cavallaro, spiega le ragioni di una scelta che trova fondamento nel rispetto per la Costituzione e in una concezione evolutiva del ruolo sindacale e che ha evidenti ripercussioni sulla gestione dell’ambito previdenziale.

D.: Segretario, a differenza di altre organizzazioni sindacali non autonome, la CISAL non è contraria alla fissazione per legge di un tetto minimo salariale. Perché?

R.: Si tratta di misure, peraltro già vigenti in molti Paesi dell’Unione Europea, negli Usa o in Canada, che potrebbero contribuire a contrastare fenomeni di sfruttamento dei lavoratori che oggi arrivano a livelli drammatici in particolare in settori quali l’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione. A tali lavoratori è oggi negato il diritto sancito dall’articolo 36 della Costituzione, che prevede una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia. Una disposizione da leggere in combinato disposto con l’articolo 38, nella parte in cui afferma che “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.” Il collegamento logico, netto e chiarissimo, tra i due commi citati, è peraltro testimoniato da numerose sentenze in cui la Corte Costituzionale ha considerato la pensione quale retribuzione differita. I due articoli non possono dunque essere letti in modo non coordinato, a meno di non voler smentire la Consulta.

D.: Quali i parametri da seguire nell’individuazione degli importi minimi?

R.: Il famoso bonus di 80 euro istituito dal Governo nel 2014 ed elargito a circa 10 milioni di lavoratori rappresenta un indicatore importante in relazione alla soglia retributiva considerata meritevole di un intervento di “giustizia sociale”. Diventa arduo riferirsi a parametri diversi, nel voler determinare compensi minimi garantiti per legge.

D.: Al di là del quantum, il parallelismo tra pensione e retribuzione cui lei accennava ha implicazioni importanti anche sul fronte previdenziale.

R.: Indubbiamente sì. Se ci preoccupiamo di fare sì che il lavoratore abbia una retribuzione coerente con il dettato costituzionale, non ci possiamo esimere dal sostenere il suo diritto, secondo quanto ribadito dalla Consulta, a vedersi riconosciuti mezzi adeguati quando diventa pensionato o quando si verifichino le altre situazioni previste dell’articolo 38. E’ evidente che con il pensionamento le esigenze di vita cambiano, ma non si può dire siano meno numerose né meno onerose di quando si è in attività.

D.: Eppure c’è chi vuole eliminare il principio costituzionale di “adeguatezza” delle prestazioni previdenziali ex articolo 38 per poter contrarre ulteriormente i trattamenti pensionistici.

R.: L’articolo 38 deve restare così come ce l’hanno consegnato i Padri Costituenti. Il problema di fondo è che paradossalmente, sulla base di opinabili calcoli, la Politica continua a considerare il sistema pensionistico come un bancomat per finanziare la Spesa pubblica, compresa quella assistenziale, che è la più alta d’Europa (240 miliardi di euro), assorbendo l’intero carico tributario nazionale delle imposte dirette, mentre in realtà esso costituisce un valore assoluto che dovrebbe fornire stabilità e sicurezza alle famiglie e quindi al Paese. Minare questo elemento rappresenta una scelta scellerata. Lo stesso Boeri (che, però, non fa niente per differenziare nel Bilancio INPS le poste di natura assistenziale da quelle previdenziali vere e proprie) ha affermato, nel corso della presentazione del 16° rapporto al Parlamento, che l’INPS “eroga 440 prestazioni di cui appena 150 (34%) di natura pensionistica”, ribattezzandolo quale Ente di Protezione (anziché, di Previdenza) Sociale. 

Già fin troppi danni sono stati fatti e si continua erroneamente a ragionare in termini d’impatto fuori controllo della previdenza pensionistica sul PIL, mentre essa è integralmente finanziata dal sistema privato a ripartizione a carico solo dei lavoratori.

D. L’introduzione del principio di solidarietà intergenerazionale nel sistema pensionistico non è un valore aggiunto?

R.: Considerato che il pagamento dei contributi da parte dei lavoratori - oltre il carico fiscale – è generalmente considerata una “tassa di scopo”, finalizzata a finanziare solo le pensioni, chi sottoscriverebbe una polizza assicurativa con la clausola che i frutti di tali versamenti potrebbero essere rivisti in una logica di solidarietà? Ai giovani non va prospettato un futuro dove devono sperare nella solidarietà intergenerazionale, ma un futuro di lavoro degnamente retribuito.

D.: La situazione del sistema previdenziale è davvero drammatica, se, come dice Boeri, abbiamo addirittura bisogno degli immigrati per poterne garantire la tenuta.

R.: In realtà, i dati sulla disoccupazione e la fuga di tanti giovani all’estero dimostrano che a mancare non è la forza lavoro. Sarebbe opportuno piuttosto parlare di previdenza solo in relazione alle pensioni collegate ai contributi versati, escludendo ogni forma di assistenza. D’altronde la spesa pensionistica è calcolata ed esposta al lordo delle tasse. Ciò è singolare, visto che queste, trattenute alla fonte, costituiscono un’entrata e non un’uscita per lo Stato. Ma anche al di là di queste dinamiche, spunto per approfondimenti importanti, resta il fatto che dai lavoratori vengono prelevate aliquote importanti sia per tasse sia per contributi. Aliquote rilevantissime che superano di gran lunga il 50% del frutto del loro lavoro.

Il sistema contributivo, non conforme ai giudicati della Corte Costituzionale e iniquo per il calcolo della pensione non basato sull’effettiva speranza di vita dei lavoratori-pensionandi, e la riforma Fornero/Monti, emanata con l’unico scopo di rastrellare risorse a favore della Contabilità statale - giacché il sistema delle pensioni previdenziali, collegate ai contributi, si presentava nel 2011 e si presenta tuttora stabile e in linea con gli standard europei -, rappresentano un vulnus pesante per il Paese e per i lavoratori.

 

Questo lo scenario che ci penalizza gravemente sul fronte dell’equità sociale e del welfare. Questo il fronte su cui la CISAL continuerà a impegnare le proprie energie. Non quello volto a introdurre retribuzioni e compensi minimi, che, pur peccando di parzialità ed evidenziando la necessità di un intervento normativo organico che dia completa attuazione al dettato costituzionale, lasciano impregiudicate le prerogative sindacali mirate a migliorare le condizioni del lavoratore.


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